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\\ Home Page : Articolo WEB-DONNA.IT - R. Galullo:: Guardie e Ladri - Premio Ilaria Alpi/2

Guardie e Ladri - Premio Ilaria Alpi/2 - di R. Galullo, raccolto da Fabrizia

Di Autori vari (del 16/06/2011 @ 16:55:12, in Attualità, linkato 2097 volte)


16 giugno 2011 - 8:50 Premio Ilaria Alpi/2       Ilaria Alpi

 Amicizie pericolose a Santena (Torino) e difficile applicazione al Nord del 416 bis.

 Prosegue fino a sabato al Palacongressi di Riccione la XII edizione del Premio Ilaria Alpi, la collega del Tg 3 uccisa a Mogadiscio con l’operatore Miran Hrovatin nel marzo 1994 (si veda il post in archivio il post di ieri dedicato al riciclaggio).
Domani, all’interno del Project Est, promosso e realizzato dall’Associazione Ilaria Alpi in collaborazione con Flare network, Romanian Centre for Investigative Journalism e con il Centro studi e ricerca sulla sociologia giuridico penale, la devianza e il controllo sociale dell’Università di Bologna (www.estproject.eu ) si svolgerà un workshop sull’applicazione del 416bis al Nord.

Ad aprire il confronto sarà ancora una volta un servizio giornalistico mandato in onda su Rai News 24, della collega Michela Monte.
Il servizio, che si apre con una citazione di Giovanni Falcone fatta dal capo della Procura di Torino Giancarlo Caselli (”senza il 416bis si sarebbe costretti a contrastare un carro armato, cioè la mafia, con una cerbottana”) è un calcio in faccia. In faccia a quanti pensano ancora che le mafie siano un problema del Sud.

Siamo a Santena, in provincia di Torino.
Poco più di 10mila abitanti a sud di Torino, nella seconda cintura, al confine con i Comuni di Chieri, Villastellone, Cambiano e Poirino.
Il consiglio comunale di Santena, costituitosi nel maggio 2007, è stato sospeso con decreto della Prefettura di Torino il 10 maggio 2011, a seguito delle dimissioni di 11 consiglieri su 20. Commissario è stato nominato Giuseppe Zarcone.
Non è stato sciolto per mafia, no, anche se in questo angolo di Piemonte la presenza della criminalità non manca.
E non manca anche il confronto dialettico, aspro, tra chi fa politica.
L’oggetto della contesa è l’ex sindaco, Benedetto Nicotra.
Di che partito? E chissenefrega, anche se lo sapessi non ve lo direi, per quanto stima ho nella politica attuale. Di qualsiasi colore sia.
A stupire è l’amicizia con Vincenzo D’Alcalà, pluripregiudicato 53- enne originario di Reggiano Gravina in provincia di Cosenza.
A marzo gli hanno sequestrato di tutto e di più: immobili e conti bancari.
Autotrasportatore nella vita (l’impresa Galuro Trasporti con sede a Villastone non è stata però sequestrata) e supposto usuraio.
Sembra che la violenza faccia parte del suo codice genetico e il Gip Pier Giorgio Balestretti, nel provvedimento di sequestro ricorda una delle ultime prodezze di D’Alcalà:
«Nella notte fra il 25 e il 26 maggio 2007, al termine della campagna elettorale, D’Alcalà viene coinvolto con altri nei disordini per “convincere” candidati della lista opposta a quella del futuro sindaco Nicotra a staccare dai tabelloni i propri manifesti elettorali. Il giorno dopo presidia i seggi».
Passerà anche del tempo in galera, ma si ritroverà al fianco del maresciallo dei carabinieri Giovanni Pasquariello, che dissuade più di un usurato dallo sporgere denuncia.
Carmine Mannarino era uno di questi. Artigiano di Santena, si fa prestare 30 milioni di lire nel 1992 e accumula un debito di 300 con D’Alcalà. Mannarino attenderà il 2000 per sporgere denuncia alla Gdf di Torino.
L’inchiesta, coordinata dal pm Roberto Furlan, «farà emergere – afferma il giudice Balestretti – connivenze con noti personaggi pubblici della zona in cui le illecite operazioni finanziarie venivano svolte».
Con questo curriculum è strano che un sindaco si avvicini. Intervistato dalla collega Monte, lo spavaldo Nicotra affermerà invece che “se andavi a chiedere del denaro sapevi già che fine facevi. E la banca allora? E’ un usuraio legalizzato. Io punirei tanto chi strozza quanto chi chiede il prestito all’usuraio”.
Filosofia ancestrale ed infatti per l’ex primo cittadino, D’Alcalà è solo “uno degli 11mila residenti. Io gli ho fatto dare gli arresti domiciliari, perché per formazione sono molto attento agli aspetti sociali”.

Come avrà fatto a fargli avere gli arresti domiciliari resta un mistero della natura ma di misteri a Santena non mancano.

Perché, a esempio, molti degli intervistati per strada da Michela Monte, dicono di non conoscere D’Alcalà o di considerarlo come uno di loro? Incoscienza? Paura? Neppure il parroco Don Nino Olivero si sbilancia: “Le parole restano nel confessionale”.

L’unico a esporsi è l’ex consigliere Domenico Galizio.
D’Alcalà – dice – faceva da ufficiale di collegamento nelle sedi elettorali alle scorse amministrative. Accompagnava gente dentro la sezione e la salutava fuori. Bisogna fermare questo clima di omertà”.
Giusto, non so a quale partito appartenga Galizio e non mi interessa (per le ragioni di cui sopra). Vorrei solo che si smettesse di pensare che mafia, economia e società entrino in corto circuito solo al Sud.

E merito delle giornate di Riccione dedicate alla memoria di Ilaria Alpi è anche questo. r.galullo@ilsole24ore.com

Contro l’epidemia della criminalità c’è un vaccino formidabile: l’onestà di ogni singolo uomo Ultimi Post Premio Ilaria Alpi/2 Amicizie pericolose a Santena (Torino) e difficile applicazione al Nord del 416 bis

Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24:
Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”.
Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa.
Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it.
Attendo anche segnalazioni e storie. 
Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate” è ora acquistabile con lo sconto del 15% al costo di 10,97 euro su: www.shopping24.ilsole24ore.com.
 Basta digitare nella fascia “cerca” il nome del libro e, una volta comparso, acquistarlo Permalink Commenti (0) TrackBack (0)

14 giugno 2011 - 12:18
Il Tribunale di Vibo è fermo: il carcere non ha più soldi per la benzina e la Procura sta peggio, senza carta e pc
La casa circondariale di Vibo Valentia non ha più soldi.
E allora i cellulari resteranno in garage e non potranno trasferire i detenuti in udienza. Una misura coraggiosa anche perché il trasferimento dei detenuti è una fase delicatissima, soprattutto a Vibo Valentia, che ha un Tribunale fatiscente e gravissimi problemi di sicurezza.
Un dramma, quello della carenza di risorse anche solo per comprare la benzina, comune a tutte le carceri calabresi e del Sud in generale.
Il problema era già emerso in Campania.
Il direttore del carcere me lo aveva anticipato alcuni giorni fa. I fornitori reclamano i pagamento del dovuto. Alla fine una situazione abborracciata si troverà”, mi ha appena dichiarato sconsolato al telefono il capo della Procura Mario Spagnuolo. Spagnuolo ha appena inviato ai suoi colleghi una lettera che vi riproduco e di cui ringrazio.
Avviso Pubblico per la pronta segnalazione.
( Leggete la lettera, che parla anche della drammatica situazione nella Procura di Vibo. E vergognatevi, insieme a me. C’è chi non si vergognerà: coloro i quali dicono che la riforma della giustizia è cosa fatta.)
 
LA LETTERA
Oggi il Tribunale non potrà celebrare processi con imputati detenuti. Il direttore della casa circondariale ha informato che non ha più la possibilità di reperire a credito carburante per i suoi veicoli. I fondi erano già finiti da più tempo. La comunicazione è avvenuta a mezzo telefono. La casa circondariale ha esaurito già da tempo i fondi per l'acquisto di carta. Non che la Procura della Repubblica, sotto il profilo fondi, stia meglio. Manca la carta per le fotocopie ed incontriamo gravi difficoltà nel rilasciare copie di atti all'utente che ha pagato i diritti; i fondi per l'acquisto del toner coprono appena il 50% del fabbisogno ( e non vi dico delle rigidità burocratiche quando si è proposto di acquistare cartucce rigenerate..), la dotazione della benzina è di 20 buoni per due autovetture, una delle quali, blindata, è destinata a magistrato sottoposto a misure di protezione, le sezioni di PG. non hanno computer, carta, toner e materiale di consumo e la Procura, che aveva finora sopperito al problema, non è più in condizioni di intervenire. Nell'ultimo anno è arrivato un solo computer nuovo, non c'è manutenzione per quelli oramai vecchi ed usurati, sovente si deve ricorrere a quelli personali. Per legge di natura proseguono i pensionamenti del personale amministrativo ( la cui età media è alta, sopra i 50 anni) senza copertura del posto. Per convenzione normativa, che equipara l'organico di diritto a quello di fatto, non abbiamo vuoti in un organico, che negli ultimi cinque anni ha comunque avuto una contrazione superiore al 20%. Non siamo stati fermi, magistrati e personale amministrativo, ad assistere a tutto ciò: progetti, convenzioni con amministrazioni locali, ricerca di risorse esterne per far fronte quantomeno all'emergenza. Ma fare ciò non è la fisiologia : le risorse per il funzionamento del sistema giudiziario devono provenire, per previsione costituzionale, dallo Stato tramite Ministero Giustizia. E non è fisiologico soprattutto in terra di Calabria, in terra di Vibo Valentia, dove l'aggressione delle cosche allo Stato è ora ai massimi livelli : progetti per uccidere pubblici ministeri, minacce continue e gravissime a magistrati, attentati ad imprenditori e rappresentanti delle istituzioni locali. In terra di Vibo Valentia gli attentati e le minacce ad imprenditori, sindaci, amministratori locali sono continui e quotidiani e gli investigatori ( a proposito tutte le forze dell'ordine sono caratterizzate a Vibo da una carenza di organico superiore al 15%) in difficoltà nel far fronte a tutte queste emergenze. L'anno scorso il Ministro di Giustizia ha riunito, dopo le note vicende di Reggio Calabria, i capi degli uffici giudiziari, garantendo un impegno straordinario ed eccezionale per far fronte a quella che considerava un'emergenza nazionale. Il suo intervento fu molto apprezzato e su di esso si fondarono molte speranze Ciò che seguì non fu proporzionato alle attese ed alle speranze. Non so di preciso cosa è arrivato negli altri uffici giudiziari calabresi; qui a Vibo non è arrivato nulla e continuiamo a barcamenarci nell'emergenza, che ho indicato in questa mia lunga ed afflittiva nota. Ma ora siamo arrivati al livello di guardia : quanto sta accadendo in questi giorni è la prova definitiva che la Calabria è una reale emergenza nazionale, i cui problemi irrisolti finiranno per contagiare - rectius stanno contagiando - l'intero territorio nazionale. Occorre riprendere quel discorso iniziato con il Ministro l'anno scorso, discutendo concretamente di allocazione e razionalizzazione delle risorse attraverso una progettualità straordinaria da realizzare subito. Su queste cose penso che sia necessaria una riflessione di tutti. Mario Spagnuolo Procuratore della Repubblica di Vibo Valentia

 

14 giugno 2011 - 8:20  Castel Volturno in provincia di Lagos: capitale “nigeriana” delle rimesse dei neri e dei traffici sporchi Castel Volturno in provincia di Caserta ma, al tempo stesso, in provincia di Lagos, capitale della Nigeria. O di Accra, capitale del Ghana. O Lomè, capitale del Togo. Cinque giorni fa questo paese di quasi 24mila abitanti, regno dei Casalesi, è tornato agli onori della cronaca nera per l’efferato omicidio di una creatura di 7 anni. Un infanticidio nato all’interno della comunità ghanese che qui è di casa per due motivi. Primo: i neri rappresentano un partner (oltretutto pericolosissimo tanto da mettersi talvolta in competizione) per i traffici cogestiti con la camorra. A partire dalla droga e dalla prostituzione. Secondo: è una riserva di schiavitù travestita da finta occupazione nella stagione dei raccolti. Pomodoro innanzitutto, che alla fine di luglio comincerà a vedere i campi rossi dell’ortaggio e neri del colore della pelle. Dopo quell’omicidio sono tornati a scaldarsi gli animi: quelli dei neri contro gli italiani e le Forze dell’ordine e quelli dei bianchi contro i neri. A prescindere. Certo non come in occasione della strage di un gruppo scissionista dei Casalesi che faceva capo a Giuseppe Setola, che il 18 settembre 2008 vide cadere sul campo Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi, titolare di una sala giochi a Baia Verde e sei immigrati africani di Ghana, Togo e Liberia.

I FLUSSI

Castel Volturno è diventata, nell’indifferenza della politica nazionale, una polveriera esplosiva anche (e soprattutto) perché fonte di un’economia criminale “bianca” e “nera”. Un’analisi campionaria della Banca d’Italia, effettuata su operazioni di money transfer da cittadini di nazionalità nigeriana e che viene resa nota dalla relazione di fine 2010 della Procura nazionale antimafia, ha evidenziato dati di grande interesse investigativo. Nei primi tre mesi del 2009, i nigeriani hanno disposto, globalmente, trasferimenti di fondi per un controvalore di circa 13,3 milioni (cosiddetti flussi sender), mentre hanno ricevuto denaro per poco meno di 4 milioni (flussi receiver). Il numero dei cittadini nigeriani coinvolti nelle transazioni è di circa 27.000 soggetti, pressoché ugualmente suddivisi tra uomini e donne. L’età media è 30 anni, l’età minima è di 16 anni. L’importo medio per singola transazione è di 290 euro. La somma più elevata trasmessa da un unico soggetto nel periodo di riferimento ammonta a circa 40mila euro, mentre è di 25mila euro l’importo più alto ricevuto da uno stesso individuo. La prima regione per flussi lordi movimentati è la Campania (19,6% del totale), seguita dal Piemonte (15,7%) e dal Veneto (13,8%). I primi 15 comuni per ammontare delle transazioni risultano essere anche le località in cui si concentra il traffico di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione di matrice nigeriana. In Piemonte e in Veneto le operazioni interessano principalmente alcuni grossi centri urbani (Torino, Verona, Padova). In Campania, invece, la zona maggiormente coinvolta è un’area compresa tra le province di Caserta e Napoli. Spicca, in particolare, il caso di Castel Volturno, in provincia di Caserta, comune da cui è transitato ben l’8,7% dei flussi lordi totali.

LE TRANSAZIONI

Il secondo approfondimento di Bankitalia ha riguardato le controparti delle transazioni. I cosiddetti flussi sender sono solo per il 37,8%,diretti verso la Nigeria. Sulla base dei dati tratti da alcune segnalazioni di operazioni sospette, i ricercatori hanno appurato che i beneficiari risultano concentrati soprattutto a Lagos e Benin-City, capitale della regione dell’Edo State, area territoriale da cui proviene la maggior parte delle donne avviate alla prostituzione. “La circostanza che, in totale, oltre il 62% del valore complessivo delle operazioni sia indirizzato verso paesi diversi dalla Nigeria – scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia Filippo Beatrice - rende plausibile l’ipotesi che alle rimesse a favore delle famiglie di origine, si accompagnino flussi finanziari di diversa natura”. Rilevanti le transazioni a favore di soggetti in Turchia, Spagna e Olanda (complessivamente pari al 22,3% del totale). Quanto ai fondi ricevuti dai soggetti nigeriani, invece, risultano provenienti per la maggior parte da individui residenti in Italia (43,1%) e in altri paesi dell’Europa Occidentale (42,5%) tra cui spiccano Spagna, Regno Unito e Germania). Rilevanti anche i trasferimenti provenienti dall’America del Nord. L’analisi di Bankitalia si è poi concentrata sui flussi finanziari in modo da individuare eventuali “corridoi”. Relativamente agli scambi Italia su Italia, si evidenzia che i cittadini nigeriani hanno ricevuto fondi per 1,7 milioni e inviato denaro per 1,3 milioni. Tale differenza - imputabile a transazioni tra nigeriani e soggetti di nazionalità diversa- caratterizza la comunità nigeriana quale ricettrice di fondi all’interno del territorio nazionale. La Campania è la regione con il saldo positivo più elevato tra flussi receiver e sender (317 mila). In particolare, punto di accumulo del denaro risulta Castel Volturno, con un saldo netto di 170mila euro. Per ciò che concerne i flussi Italia-estero l’analisi delle transazioni sender ha evidenziato la presenza di tre corridoi:
1) area campana-Turchia;
2) Torino-Olanda, Spagna;
3) area veneta-Spagna. In particolare, da Castelvolturno, Aversa e Giugliano (appunto l’area campana) risultano disposti trasferimenti verso la Turchia per un milione, oltre il 70% dell’intero ammontare dei fondi verso la Turchia presenti nel campione di riferimento (1,3 milioni). Dal capoluogo piemontese parte il 33% del totale delle operazioni indirizzate da nigeriani in Olanda e il 20% di quelle dirette in Spagna; un ulteriore 20% del denaro indirizzato a quest’ultima nazione proviene dalle città di Verona e Padova (appunto l’area veneta). “Tutto ciò conferma l’estesa ramificazione degli interessi finanziari della comunità nigeriana che si è insediata in Italia”, chiosa Beatrice.

PROSTITUZIONE

 Castel Volturno torna anche in un’interessante studio sullo sfruttamento dei migranti sia a scopo sessuale che lavorativo, compiuto dall’Oim (Organizzazione mondiale per la migrazione. Il rapporto evidenza come vari immigrati sono diventati collaboratori o vittime di reti criminali locali che li usano come corrieri e spacciatori di droga; nel tempo si sono però affrancati e godono di ampi spazi sia nel traffico di droga che di persone. Si stima che nell’area interessata oltre 500 ragazze nigeriane lavorino quotidianamente nel mercato del sesso. La composizione della popolazione migrante è oggi costituita principalmente da persone provenienti dall’Africa Sub-sahariana, che hanno superato quelle provenienti dall’Est Europa. La maggior parte dei migranti (tutti irregolari) lavorano nell’agricoltura e nell’edilizia. Vengono reclutati da caporali italiani e l’offerta del lavoro varia secondo le esigenze contingenti e le capacità individuali. Le condizioni di vita delle ragazze nigeriane oggetto di sfruttamento sessuale variano a seconda della “madame”, del numero delle ragazze gestite, dalla loro condizione abitativa. Rispetto al passato, tuttavia, la situazione è leggermente cambiata: le madame lasciano più libertà alle ragazze e raramente le sottopongono a violenza dal momento che hanno capito che è più conveniente e lungimirante guadagnare la loro fiducia. Il tempo impiegato dalle ragazze per estinguere il debito iniziale è normalmente di due anni ma, poiché è la stessa “madame” a gestire i pagamenti, è difficile che le ragazze si rendano conto delle spese effettivamente sostenute. E’ importante notare che molte donne vittime di tratta all’arrivo a Lampedusa o a Fiumicino, hanno presentato richiesta di protezione internazionale, ma è difficile che durante l’audizione davanti alla Commissione territoriale emerga la condizione di tratta.

13 giugno 2011 - 8:54 Cosenza, ex provincia babba in mano alla ‘ndrangheta che vuole uccidere i pm che toccano i fili della politica

Vincenzo Luberto è il magistrato della Dda di Catanzaro che la cosca Abbruzzese (ma non solo quella) avrebbe voluto vedere volentieri morto. Dodici presunti affiliati alla cosca, come hanno riportato le sole cronache locali, sono state arrestate il 10 giugno proprio mentre erano, secondo i Carabinieri di Cosenza, alle fasi finali in vista dell’omicidio. Gli Abbruzzesi, recentemente colpiti dall'arresto del latitante Nicola Abbruzzese e dalla condanna all’ergastolo del fratello Francesco, si sarebbero voluti vendicare dei numerosi arresti subiti a seguito delle inchieste coordinate da Luberto, tra le quali Lauro, Sibaris e Timpone rosso. Luberto aveva già subito minacce ed intimidazioni. Nel 2007 qualcuno è entrato nel garage di casa e gli ha rubato l’auto danneggiando tutto ciò che ha trovato ed imbrattando le mura con scritte minacciose. Nel 2009 la casa del magistrato è stata visitata da qualcuno che si è impossessato di gioielli della moglie. L’ipotesi di un semplice furto fu scartata quasi immediatamente. La cosca Abbruzzese è il cosiddetto gruppo degli “zingari” (legato al “crimine” di Cirò) che detta la propria legge a Cassano allo Jonio, nella Sibaritide, a Rossano e a Corigliano Calabro. Tenete in mente cari lettori quest’ultimo paese: Corigliano Calabro – il sesto per dimensione in regione - perchè attualmente nell’equilibrio economico, politico e criminale della regione, riveste un ruolo vitale. Ci tornerò prossimamente con un post dedicato in cui non mancheranno le sorprese. Per il momento vale solo la pena sottolineare che il Comune il 12 giugno è stato sciolto per mafia anche se il sindaco, Pasqualina Straface, ha fatto ricorso al Tar.

LA POLITICA

Nel Comune, recita il comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei ministri, ”sono state riscontrate forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata”. Per questo il ministro dell’Interno Roberto Maroni l’ha sciolto. Bene. Anzi: male. Il sindaco (ex?) Pasqualina Straface fu coinvolta nell’operazione antimafia “Santa Tecla”, che ha portato il 21 luglio 2010 alla convalida di 67 ordinanze di custodia cautelare in carcere (con le accuse di associazione mafiosa, estorsione, usura, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti). Agli arresti, in regime di 41bis, finirono anche Mario e Franco Straface, fratelli del sindaco. Il 2 giugno, durante l'udienza preliminare del processo “Ultimo Atto” scaturito dal blitz del 13 ottobre 2010, il pm Vincenzo Luberto ha depositato il primo verbale con le dichiarazioni da pentito di Tonino Forastefano, ex membro della cosca dominante nel Cassanese e nell’Alto Jonio cosentino. Le dichiarazioni di Forastefano tirano in ballo anche Corigliano. Il magistrato, quel giorno, consegnò al Gip solo un verbale riassuntivo. Il rapporto con la politica, verosimilmente, verrà fuori in corso di dibattimento. Ricapitolando: l'operazione Santa Tecla coordinata dal procuratore Vincenzo Lombardo, dal suo aggiunto Giuseppe Borrelli e dal sostituto Vincenzo Luberto, si lega all’inchiesta “Ultimo Atto” in cui Luberto è ancora protagonista. E gli aspetti – a mio giudizio – più interessanti, non potranno non venire dagli approfondimenti che gli inquirenti faranno proprio sulla faccia sporca della politica.

VENDETTA

Al netto delle ipotesi sull’omicidio studiato dalla cosca Abbruzzese (la vendetta per i duri colpi inferti da questo pm) non posso non notare come queste due inchieste – Santa Tecla e Ultimo Atto che vedono Luberto protagonista – segnano, senza che probabilmente ci sia ancora consapevolezza piena nella pubblica opinione peraltro in Calabria ormai cloroformizzata, un momento di passaggio nelle analisi della criminalità organizzata nella ex provincia babba di Cosenza (come si diceva una volta in Sicilia delle province lontane dalle dinamiche mafiose). Una provincia che ha sempre dettato equilibri politici nell’intera regione ed è dunque impensabile che sia scevra da condizionamenti sempre più pesanti della ‘ndrangheta. Qui le cosche – a mio giudizio – si sono ormai da anni cementate con ampi strati della politica sia nel versante tirrenico (che comprende comuni come Praia a mare, Diamante, Cetraro, Paola, Amantea e via dicendo) che nel versante jonico (da Cassano in giù, fino a toccare la provincia di Catanzaro). Senza dimenticare il capoluogo Cosenza che ha una capacità straordinaria: fornire decine di professionisti al soldo delle cosche non solo della provincia ma di tutta la regione. La conferma arriva dalle tante inchieste della magistratura sui due versanti che provano (talvolta ancora timidamente) a toccare sempre più i fili della politica (non dimentichiamo, a esempio, l’inchiesta Nepetia ad Amantea). Proviamo a fare un calcolo della ragnatela ‘ndranghetista oggi in questa provincia. Cosenza città “è caratterizzata da gruppi criminali di etnia Rom che, abbandonati i tradizionali settori di operatività nell’ambito della microcriminalità – scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia Maria Vittoria De Simone nella relazione di fine 2010 della Dna - hanno finito per costituirsi in vere e proprie organizzazioni di tipo mafioso”. A Cosenza operano la cosca Chirillo (Pateno), Lanzino-Cicero-Patitucci (compresa Rende), collegata con la cosca Gentile di Amantea, la cosca Bruni e la cosca Presta (presente anche a Tarsia). Insomma l’(ex) salotto buono e massonico della regione Calabria deve fare sempre più i conti con “zingari” evoluti a cui interessa solo una cosa: fare affari e la politica marcia è un ottimo ingrediente. La provincia non sta meglio. Direi di partire dalla cosca Muto, da anni l’unica autorizzata a sedere al tavolo del gotha mafioso reggino e con enormi ramificazioni al centro (Roma) e Nord (Lombardia). La cosca Muto, per anni sottovalutatissima, fa il bello e il cattivo tempo a Cetraro (dove nasce e dove non si muove foglia che loro non vogliano), Diamante, Belvedere e Scalea, dove oltretutto la camorra da anni fa affari con la ‘ndrangheta. Ma persino in buco di paese come Bonifati, dimenticato da Dio e abbandonato dagli uomini, disteso su una collina a forma di sella di cavallo, sono arrivate le orme della cosca Muto. A Cassano c’è anche la famiglia Portoraro, a Paola le famiglie Scofano-Martello, Serpa e Gentile-Besaldo-Africano. A Castrovillari le famiglie Recchia e Impieri, a San Lucido i gruppi Calvano e Carbone, a Rossano il gruppo Acri mentre a Rende (nota per ospitare l’Università dell’Arcavacata) operano anche le famiglie Ciancio-Aiello-Oliva-Luciano. Ma prima di lasciarvi e a tutti coloro che mostreranno ingiustificato scettiscismo ricordo un'ultima cosa: a Mendicino, sconosciuto paesino del cosentino, il 20 gennaio di quest'anno sono stati sequestrati beni mobili e immobili di fiancheggiatori riconducibili al superlatitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Insomma: Cosenza non è più una provincia babba ed entra sempre più a pieno titolo nel disgustoso intreccio politica-massoneria-ndrangheta che domina l’intera regione. Se un magistrato antimafia – Luberto ma come non pensare, a esempio, al lavoro straordinario di Borrelli – mette il naso in questo intreccio rischia la vita. Nell’indifferenza della politica che l’unica cosa che sa fare è invadere le agenzie di stampa e i giornali locali con inutili e spesso falsi attestati di solidarietà. r.galullo@ilsole24ore.com

Ipocrisie sul figlio del boss ai bordi del San Paolo: il clan Lo Russo vive da sempre di calcio-scommesse Le fotografie di Antonio Lo Russo, trentenne figlio del boss di Napoli Nord Salvatore, ai bordi del campo di calcio San Paolo di Napoli in occasione di almeno tre recenti partite, sono in realtà immagine sfuocata. Si tratta di istantanee che mettono a fuoco solo gli ultimi due campionati ma che non inquadrano il campo lungo del calcio-scommesse, nel quale il clan Lo Russo è entrato almeno da 30 anni. Nessuno, dunque, deve oggi sorprendersi se un esponente della cosca predominante a Secondigliano, Miano, Piscinola, Chiaiano, San Pietro a Patierno, Vomero e Arenella, staccatasi da tempo dalla cosiddetta Alleanza di Secondigliano e ora legata al gruppo Amato-Pagano (dominante a Scampia) e al clan Sacco-Bocchetti, sia stato immortalato a bordo campo, per la prima volta, il 10 aprile 2010. Non di sicuro le società sportive e la Figc che dovevano conoscere l’articolo del bravo collega Leandro Del Gaudio del Mattino di Napoli che a luglio 2010 scriveva che la Procura antimafia di Napoli segnalava che “molte persone riconducibili ai clan Lo Russo e degli Scissionisti, durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo hanno effettuato svariate scommesse con puntate piuttosto elevate sulla vittoria del Parma”. Il 24 marzo ’99, l’allora padrino di Forcella Guglielmo Giuliano, poi divenuto collaboratore di giustizia, viene interrogato dai pm della Procura antimafia di Napoli Narducci e Polidori e racconta di un business per il cartello camorristico di cui è a capo di 120 miliardi all’anno dalle puntate sportive legali. Ma in quelle confessioni, Guglielmo Giuliano, pur fermandosi ai primi anni Ottanta, racconta anche di calciatori sui quali la famiglia avrebbe contato, all’epoca, per pilotare i risultati delle partite e indirizzare le scommesse clandestine. Raffaele Giuliano, fratello di Salvatore, nel corso di un’altra deposizione, agli inquirenti disse che: «tale Ciruzzo ' o chianchiere (il macellaio, ndr), insieme a un certo Carletto, puntò una forte somma sul banco di San Giovanniello, zona della periferia orientale. Vinse quattrocento o cinquecento milioni, ma poi si venne a sapere che la partita era stata truccata. Fu costretto a restituire la vincita, venne anche malmenato e costretto a versare una forte somma di denaro al clan». La famiglia Giuliano all’epoca era alleata dei Lo Russo, clan che poteva contare su un centinaio di affiliati. E proprio le scommesse clandestine erano la passione dell’intera famiglia. Racconta ancora Guglielmo Giuliano: «Nel 1995 le estrazioni del lotto fecero uscire numeri non pescati da tantissimo tempo; le famiglie vennero sbancate e da lì fu abbandonata la strada dell’accordo unitario… Mio fratello Salvatore e poi io ci siamo occupati negli ultimi tempi di questo settore e a Forcella guadagnavamo non più di 30 milioni a settimana. Prima del crollo l’incasso era di 2 miliardi a settimana e il guadagno netto, pari a circa il 50 per cento, andava diviso in quota tra quattro famiglie (Giuliano, Lo Russo, Mariano e Mazzarella, ndr)… Il gioco è stato inventato negli anni Ottanta da Luigino (il fratello maggiore, Luigi Giuliano) e da Giuseppe Avagliano… l’accordo storico era con i clan di Secondigliano, con i quali si dividevano i proventi a metà… Ciascuna famiglia organizzava le cose da sola e non vi era divisione dei proventi, ma le quote legate alla singola partita, ossia le percentuali che un giocatore avrebbe vinto, erano unificate in tutto il territorio cittadino. A rendere omogenee le quote ci pensava Salvatore Lo Russo, che poi le inviava agli altri capiclan per l’approvazione. I guadagni del totocalcio sono stati anche maggiori dei 2 miliardi a settimana che rendeva il gioco del lotto. Noi di Forcella, avevamo una credibilità così elevata che a volte dovevamo dirottare gli scommettitori che si rivolgevano a noi verso altre zone di Napoli». L’occasione per riunificare le quote fu rappresentata dai Mondiali di calcio del ’90, anche se poteva accadere che l’accordo non veniva rispettato. Lo stesso Salvatore Lo Russo, padre di Antonio e ora collaboratore di giustizia, nel corso di un interrogatorio con il pm antimafia Sergio Amato, ammetterà di essere un incallito scommettitore. E, di questa sua mania per il calcio, nazionale ed estero, resterà traccia in una intercettazione ambientale, nella quale si ascolta il vecchio boss discutere di partite e di classifiche con i suoi affiliati. Il clan Lo Russo compare, inoltre, nelle indagini sul giro di droga che, nel febbraio 1991, coinvolge anche Diego Armando Maradona. Il nome del campione argentino compare in due telefonate intercettate tra i trafficanti della cosca a proposito di una richiesta di «roba e donne». Nel 1995 il pentito Pietro Pugliese raccontò di aver personalmente accompagnato il giocatore da Salvatore Lo Russo, per trattare la restituzione di alcuni beni rubati, tra cui anche il pallone d’oro. Affermazioni rimaste prive di riscontro processuale. Il 14 aprile 2010 Salvatore Lo Russo viene colpito da un’ordinanza di custodia cautelare ma in quel provvedimento quel che colpisce è proprio la descrizione del ruolo apicale assunto da suo figlio Antonio, mentre stava svolgendo compiti di direzione delle strategie criminali dell’organizzazione. Oltre alle risultanze investigative che si traggono dall’ascolto di intercettazioni telefoniche e tra presenti, vanno citate –come significative fonti di prova- le convergenti dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali, per le specifiche conoscenze che se ne ricavano, sono da menzionare -in particolare- quelle di un soggetto (già appartenente al clan Lo Russo, poi distaccatosi per creare un autonomo gruppo criminale insediatosi all’interno del quartiere della Sanità e che ha iniziato a collaborare con la giustizia nel mese di agosto 2009, subito dopo essere stato tratto in arresto in Germania) e quelle di altro personaggio, affilato al clan Lo Russo, che ha iniziato a collaborare con la giustizia nel mese di giugno 2009. Antonio Lo Russo, insieme ad altre 16 persone, verrà arrestato il 5 maggio 2010 ma poi tornerà libero. Se ne sono perse le tracce ma ai bordi di un campo di calcio, un mese prima lo vide chi doveva vederlo, attaccato al telefono dopo un gol di Marek Hamsik contro il Parma che forse non lo rendeva particolarmente felice. Cremona caput mundi: scacco al calcio scommesse e scacco matto della Gdf a una frode da 600 milioni Non di solo calcio scommesse “vive” Cremona. Questa tranquilla e splendida provincia sembra riversare la propria efficienza (imprenditoriale e amministrativa) anche sulle Istituzioni. Prima la Procura della Repubblica e la Squadra mobile, al centro di un’inchiesta condotta con garbo operoso sul mondo marcio del calcio. Ora la Guardia di finanza. Il Comando provinciale di Cremona – con il coordinamento del maggiore Nicola De Santis - ha sequestrato beni e attività economiche per oltre 23 milioni, frutto di un’ingente frode fiscale e contributiva commessa da finte cooperative di lavoro con un giro di fatture false di oltre 600 milioni e una evasione di Iva per 120 milioni di euro. Cifre da capogiro! Dalle indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Crema, è emerso che alcuni Consorzi di cooperative di lavoro, attivi nelle provincie di Cremona e Lodi, da una decina di anni, affittavano ad aziende, lombarde ed emiliane, della macellazione e della grande distribuzione circa 800 lavoratori per un giro d’affari di oltre 200 milioni. Su questi importi gravava un’Iva per circa 40 milioni che gli indagati avrebbero dovuto versare allo Stato, praticamente nella sua totalità. A questo punto scattava il meccanismo della frode che aveva lo scopo di appropriarsi completamente dell’imposta dovuta. I promotori della truffa, ex macellatori di Spino d’Adda, hanno organizzato una “filiera” di società cooperative fittizie – intestate a prestanome e operative per solo un paio d’anni circa – che avevano il compito di emettere fatture false per addebitarsi l’imposta dovuta e poi scomparire secondo il classico sistema delle cosiddette società “cartiere”. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e della Compagnia di Cremona hanno individuato 4 consorzi e circa 70 cooperative che hanno posto in essere un vorticoso giro di fatture false, triplicando il fatturato complessivo dei Consorzi e, di conseguenza, l’Iva evasa. Rilevante anche l’evasione contributiva per gli 800 lavoratori, che gli indagati affittavano ad aziende della macellazione e della grande distribuzione e che retribuivano per metà in “nero”. Il Gip del Tribunale di Crema ha emesso un decreto di sequestro preventivo per cautelare i beni degli indagati, ponendo i sigilli a terreni e immobili (uno dei quali di notevole valore), autovetture (tra cui Ferrari e Porsche), a una prestigiosa imbarcazione di 32 metri, nonché a due società immobiliari, un’azienda agricola e un allevamento di cavalli di razza e tre eleganti bar del centro di Lodi, tutti beni acquistati con il profitto della frode. Sono indagate, per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, 20 persone e altre 6 per il reato di riciclaggio. r.galullo@ilsole24ore.com

 9 giugno 2011 - 9:03 La Gdf di Vicenza conferma: le banconote da 500 euro sono uno strumento di riciclaggio del denaro sporco Neppure il pensionato che aveva versato sul proprio conto corrente 105mila euro con due sole operazioni in banconote da 500 aveva destato sospetti alla banca e fatto scattare la segnalazione antiriciclaggio. E dire che il pensionato non aveva le capacità patrimoniali per far fronte a tali depositi. E’ solo uno dei casi che ha scoperto la Guardia di finanza di Vicenza che ieri, agli ordini del colonnello Paolo Borrelli, ha erogato sanzioni per 4 milioni a 4 banche vicentine che complessivamente non avrebbero segnalato operazioni sospette per 11 milioni. Le attività dei militari del Nucleo della Gdf di Vicenza si sono anche estese al controllo di altri intermediari finanziari, quali le società fiduciarie, nei cui confronti sono state recentemente contestate omesse segnalazioni di operazioni sospette riferite a trasferimenti di denaro per oltre 25 milioni. Sale, dunque, a circa 36 milioni l’ammontare delle transazioni finanziarie sospette individuate dai finanzieri di Vicenza dall’inizio dell’anno. Se vi sembran pochi… I finanzieri sono stati insospettiti dall’anomalo ricorso a banconote da 500. Nell’Eurozona, secondo la Banca Centrale Europea, a fronte di 814 miliardi in circolazione ad agosto 2010, il 34,89 % degli euro immessi nel mercato era costituito da biglietti da 500 (568 milioni di banconote), nonostante ben poche siano le persone che li maneggiano. Alla luce dell’allarme della Gdf di Vicenza, la Procura della Repubblica ha deciso di monitorare la circolazione delle banconote da 500 euro, di fatto utilizzate nei traffici illeciti e nel riciclaggio di denaro e non, invece, nelle transazioni regolari. I CASI Se il deposito del pensionato era il provento della corruzione commesso, nell’esercizio delle proprie funzioni, da un ex pubblico ufficiale, tratto in arresto nel corso delle indagini, in altri due casi si è avuto modo di riscontrare come i rapporti di conto corrente fossero strumentali alle operazioni di frode all’Iva. Sul conto di un imprenditore indagato e arrestato, i finanzieri hanno rilevato ripetute operazioni di movimentazione di rilevanti somme di denaro, anche in banconote da 500 - per lo più versate e contestualmente prelevate per contanti o girate all’estero con bonifici privi di plausibili descrizioni - non coerenti con il profilo economico/finanziario del cliente, che altro non rappresentavano se non la retrocessione in nero al cessionario dell’Iva non versata nelle frodi realizzate. In un altro istituto di credito è stato rilevato, invece, che alcuni imprenditori di Arzignano si sono rivolti ad una filiale di un istituto bancario in un luogo lontano dalla zona di residenza e di attività - in provincia di Treviso – per il fatto che lì i controlli antiriciclaggio erano poco incisivi (sebbene non ci sia alcun diretto coinvolgimento degli impiegati nei reati contestati ai clienti). L’ultimo caso riguarda il rapporto tra una quarta banca e un professionista, indagato per corruzione e arrestato. I finanzieri hanno riscontrato la presenza di un libretto nominativo, intestato al professionista con un saldo di due milioni, che è stato movimentato in forma anomala in almeno due distinte occasioni. Le contestazioni per l’omessa segnalazione di operazioni sospette sono state notificate, oltre ai rappresentanti legali dei quattro enti creditizi, a sei funzionari/direttori, in qualità di corresponsabili.

 BASTA UN PACCHETTO DI SIGARETTE

Le attività di contestazione si inseriscono in un più articolato contesto operativo della Gdf, finalizzato a contrastare l’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio. Gran parte dei pagamenti illeciti legati alla corresponsione di tangenti, al riciclaggio di denaro, al traffico di armi e stupefacenti o alla realizzazione di frodi all’Iva è sempre stata realizzata con il ricorso a banconote da 500 euro. Si consideri, ad esempio, che in un pacchetto di sigarette se ne possono stipare per 20 mila euro; una comune valigetta ne può contenere per un valore di sei milioni con un peso di pochi chilogrammi, mentre in una cassaforte di 45 centimetri potrebbero addirittura essere custoditi 10 milioni. Questo ha indotto il Regno Unito a vietare la distribuzione delle banconote da 500 euro nelle proprie banche. r.galullo@ilsole24ore.com

 8 giugno 2011 - 10:02 La Squadra mobile di Forlì ci spiega come funziona il mercato illegale e hi-tech del sesso cinese L’hanno chiamata Operazione Sex in the city. L’operazione, partita a novembre 2009 e chiusa il 1° giugno di quest’anno con il deferimento all’Autorità giudiziaria di 35 persone di cui 17 arrestate per reati che vanno dall’associazione a delinquere al favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, dalla sostituzione di persona al falso, è della Squadra mobile di Forlì diretta da Claudio Cagnini. Il sesso è quello a pagamento delle cinesi. La città è Forlì. Gli ingredienti, insomma, sono comuni a quelli di altre ricette in cui le Forze dell’Ordine giungono alla cattura di cinesi dediti ad attività criminali. Solo che questa operazione – in cui non mancano i rituali annunci sul giornale in cui si pubblicizzano massaggi miracolosi di 19 avvenenti ragazze clandestine e non mancano gli addetti all’affitto delle case di appuntamento – ha scoperto una variabile che fa del sesso a pagamento una forma imprenditoriale sempre più evoluta. Questa associazione a delinquere godeva infatti di incaricate della gestione telefonica dei clienti, le quali, a distanza, e principalmente dalla città di Reggio Emilia, mediante altra utenza con sistema tipo “call center”, avvisavano in tempo reale la prostituta della presenza del cliente in strada, ordinando l’apertura della porta e conteggiando le prestazioni e gli incassi. A distanza i call center erano in grado anche di effettuare la suddivisione dei proventi in tempo reale e fornire, a richiesta, ogni genere di sussistenza. Il Gip del Tribunale di Forlì, Rita Chierici, su richiesta del Pubblico ministero Filippo Santangelo, ha condiviso in toto le risultanze prodotte dalla Squadra mobile di Forlì. L’intero ciclo – in realtà – funzionava come un orologio, alla faccia di chi dice che il sesso non è una scienza esatta.

LA CATENA IMPRENDITORIALE

Negli appartamenti si registrava un’alternanza di prostitute a cadenza tri-settimanale, con periodi di riposo coincidenti con il sopraggiungere del ciclo mestruale. Le prostitute venivano alternate nei diversi appartamenti disponibili, in modo che ciascuna di esse non rimanesse stabilmente nello stesso appartamento più di un “turno”. Le donne venivano reperite mediante annunci su quotidiani in lingua cinese, quindi la loro partecipazione era su base volontaria a fronte di un introito netto garantito stabilito nel 33% degli incassi derivanti dalle loro prestazioni sessuali. Non sono emersi casi di costrizione o di sottomissione con violenza. La prostituta rimaneva costantemente in contatto con il centro di gestione, ove confluivano le chiamate da parte dei clienti (le utenze reclamizzate erano infatti nella disponibilità non delle prostitute ma di telefoniste capaci di intrattenere rapporti in lingua italiana). Il “centro” impartiva indicazioni ai clienti per raggiungere il luogo dell’incontro, quindi ordinava alla prostituta l’apertura della porta non appena il cliente, con una seconda chiamata telefonica, segnalava di aver raggiunto l’indirizzo indicato. Al termine di ogni rapporto sessuale la prostituta dava conferma dell’incasso, così da conteggiare in tempo reale le sue spettanze.

8OMILA EURO AL MESE E SCONTO ALLA CASSA

 Ciascun appartamento poteva rendere, mediamente, 9/10mila euro mensili, con picchi giornalieri fino a 1.200 euro, accertati mediante il conteggio diretto dei clienti effettuato con lunghi servizi di appostamento. Le prestazioni avevano un prezzo variabile tra i 30 e i 100 euro, dipendente dalla “performance” richiesta, ma anche dall’andamento dell’attività (nei momenti di minore afflusso si è riscontrata una maggiore disponibilità allo “sconto”, sempre comunque avvallato dal “centro” e mai deciso dalla prostituta). Visto che gli appartamenti individuati solo in Emilia Romagna sono 8 (sette a Forlì e uno a Cesena) il conto della serva registra 80mila euro al mese di incasso ma come specifica la Squadra mobile, la rete immobiliare comprendeva comunque numerosi altri appartamenti (almeno altri nove), nel centro Nord Italia, che sono stati oggetto di separate investigazioni da parte degli organi di Polizia territoriale. La prossima volta che qualcuno andrà a puttane pensi anche solo per un secondo che alimenta una catena criminale sempre più evoluta. E poi se è un Uomo torni a casa a baciare i figli o guardarsi in faccia allo specchio. r.galullo@ilsole24ore.com 

 7 giugno 2011 - 10:41 Copertone selvaggio: lo smaltimento illegale degli pneumatici frutta alle mafie 2 miliardi Un copertone è per sempre. Scimmiottare una nota pubblicità di diamanti riesce amaramente semplice leggendo il Rapporto Ecomafia 2011 presentato questa mattina a Roma da Legambiente, presso la sede del Cnel. Un rapporto dedicato ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica (Salerno) ucciso il 5 settembre 2010. Al di là dei numeri e delle cifre dei traffici illegali - 82.181 tir carichi di rifiuti, uno dietro l’altro, una fila lunga 1.117 chilometri, più o meno da Reggio Calabria a Milano o ancora 26.500 nuovi immobili abusivi stimati nel 2010 o ancora 19,3 miliardi di fatturato, sempre nel 2010, dal complesso delle attività illecite – quel che colpisce quest’anno è il lunghissimo capitolo dedicato al mercato illegale dei pneumatici fuori uso. Un vero e proprio dossier (“Copertone selvaggio”), redatto da Legambiente in collaborazione con la società Ecopneus, creata nel 2009 da Bridgestone, Continental, Goodyear Dunlop, Marangoni, Michelin e Pirelli per gestire il rintracciamento, la raccolta, il trattamento e la destinazione finale degli pneumatici fuori uso in Italia. Secondo le stime elaborate da Ecopneus ogni anno spariscono nel nulla – o si disperdono in canali poco chiari – circa 80mila tonnellate di pneumatici fuori uso, quasi un quarto degli pneumatici immessi in commercio nello stesso arco di tempo. “Con ogni probabilità finiscono nelle maglie del mercato illegale – si legge nel Rapporto Ecomafia 2011 - diventano oggetto di traffici nazionali e internazionali, o finiscono abbandonati in discariche abusive”.

LE DISCARICHE ABUSIVE

 Secondo il censimento di Legambiente, dal 2005 al 30 aprile 2011 sono state individuate 1.250 discariche illegali, per un’estensione di circa 6,6 milioni di metri quadrati. Un’area più vasta di 800 campi da calcio. “ Si va dalle discariche di ridotte dimensioni, frutto della smania di risparmiare qualche spicciolo da parte di piccoli operatori, gommisti, officine, trasportatori, intermediari – scrivono gli estensori del Rapporto - a quelle più grandi, dove appare evidente la presenza di attività organizzate per il traffico illecito, svolte sia in Italia sia all’estero”. La conferma di questi traffici arriva dai risultati delle inchieste condotte dalle Procure: 19, con 58 ordinanze di custodia cautelare, 413 denunce e 122 aziende sequestrate. I traffici illeciti hanno riguardato 16 regioni italiane e hanno coinvolto, sia come porti di transito sia come meta finale di smaltimento, 8 Stati esteri: Cina, Hong Kong, Malesia, Russia, India, Egitto, Nigeria e Senegal. Dalle indagini emerge come gli pneumatici fuori uso siano tra le materie più gettonate dai trafficanti: questa tipologia di rifiuti è stata al centro del 10,4% delle inchieste svolte dal 2002 al 30 aprile 2011.

IL COSTO ECONOMICO

 Legambiente ed Ecopneus hanno stimato le conseguenze economiche di “copertone selvaggio” (mancato pagamento dell’Iva per le attività di smaltimento, vendita illegale di pneumatici, perdite causate alle imprese di trattamento, fino agli oneri per la bonifica dei siti illegali di smaltimento). La perdita economica per lo Stato può essere quantificata in oltre 140 milioni all’anno, di cui circa 3 milioni per il mancato pagamento dell’Iva sugli smaltimenti e la rimanente parte per il mancato pagamento dell’Iva sulle vendite dei pneumatici. I mancati ricavi degli impianti di trattamento, costretti a lavorare a regimi ridotti a causa della fuoriuscita di pneumatici fuori uso dal ciclo legale, possono essere quantificati in almeno 150 milioni all’anno. I costi di bonifica delle discariche abusive di pneumatici fuori uso sequestrate nel periodo 2005/settembre 2010, che solitamente sono a carico dei contribuenti, possono essere stimati in almeno 400 milioni. Sulla base di queste stime non è azzardato ipotizzare un danno economico complessivo, sia alle finanze pubbliche sia all’imprenditoria legale, accumulato sempre nel periodo 2005/aprile 2011, di oltre 2 miliardi.

PUGLIA AL TOP

Le regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), sono quelle più colpite dalla presenza di siti illegali: qui si concentra più del 63% delle discariche abusive, per una superficie complessiva pari al 71,8% di quella sequestrata in tutta Italia dalle Forze dell’ordine. La prima regione per numero di discariche sequestrate, contenenti pneumatici fuori uso, è la Puglia, con 258 siti, più del 20% del totale nazionale. Al secondo posto si colloca la Campania con 195 siti illegali, seguita dalla Calabria (179) e dalla Sicilia (166) Tra le regioni del Centro, il Lazio è la più colpita con 88 siti illegali. Al primo posto tra le regioni del Nord c’è il Piemonte, con 48 discariche sequestrate.

LE ROTTE ASIATICHE

L’Italia esporta rifiuti, principalmente verso Cina, Hong Kong, Malesia, Russia, India, Egitto, Nigeria e Senegal. Destinazioni che figurano proprio nelle 19 inchieste che hanno riguardato gli pneumatici fuori uso. Solitamente i flussi, dai moli italiani, vengono dirottati oltreoceano, verso il Sud Est asiatico, in particolare in Malesia. A prendere la via del mare è soprattutto il cosiddetto “ciabattato”, ossia gli pneumatici fuori uso che vengono utilizzati come combustibile per cementifici, cartiere, termovalorizzatori e così via, oppure per la realizzazione di fondazioni stradali e ferroviari, rilevati stradali alleggeriti e bacini di ritenzione delle acque piovane. Ma non solo: nei flussi internazionali, gli pneumatici fuori uso servono anche a camuffare il trasporto di altri tipi di rifiuti particolarmente tossici. Uno studio effettuato a marzo 2010 dall’Agenzia delle dogane (Direzione regionale di Lazio e Umbria) ha confermato nel 2009 un forte “incremento delle esportazioni associate al codice doganale relativo agli sfridi e scarti di gomma, che è quello più appropriato per la codifica del ciabattato da pneumatico fuori uso”. Una crescita triplicata rispetto al 2008, superando di molto la quota di 30.000 tonnellate. “Si tratta di dati sicuramente parziali – chiosano i ricercatori di Legambiente - che non tengono conto, ovviamente, dei continui flussi illegali verso l’estero”. r.galullo@ilsole24ore.com

6 giugno 2011 - 8:52 Tornano i sequestri di persona:un riscatto di 250mila euro per un rapimento lampo. Ma nessuno denuncia L’Operazione Tetragona - che il 15 maggio ha portato la Dda di Caltanissetta a svelare l’asse Gela-Genova-Milano lungo il quale le cosche nissene (in special modo Rinzivillo) facevano affari in provincia di Caltanissetta e al Nord – riserva molte sorprese (si veda il post in archivio del 3 giugno). Alle 18.22 del 21 settembre 2009, Nunzio Di Gennaro, arrestato nel blitz e imprenditore per la Procura di Caltanissetta a disposizione di Cosa Nostra, parla con un uomo non meglio identificato, di nome Lillo. Di Gennaro, imprenditore del settore edile, lamentando le proprie precarie condizioni economiche, progettava una truffa nel settore alimentare e non disdegnava la proposta di Lillo di organizzare un possibile sequestro di persona a scopo di estorsione. In particolare, Lillo pensava di sequestrare una persona ricca e di chiedergli un riscatto non eccessivamente esoso, 250mila euro, in modo tale da ottenere facilmente il pagamento dei familiari della vittima. Lo stesso Lillo aggiungeva che molti altri sequestri di questo tipo erano andati bene e che le vittime non avevano sporto denuncia, Questa la parte della telefonata. Uomo:... u pigliammu du jorna... si prende... si tiene due giorni e si chiede poco... duecentocinquantamila euro... dai forza!... hai capito?... e qui... tutti hanno paura... si cacano addosso... così che si lavora... hai bisogno di soldi... vabbè... andiamo dal ricco... dammi duecentocinquantamila euro... cazzo cosa sono?... per uno ricco cosa sono?...(incomprensibile)... Nunzio:... si! Uomo:... mica gli stai chiedendo milioni di euro... ouh!... sai quante ne hanno fatte così... e manco li hanno denunciati... I magistrati di Caltanissetta (l’ordinanza è stata firmata dal Gip Carlo Ottone De Marchi) non specificano se nel mirino potessero esserci facoltosi imprenditori o uomini di affari del Nord piuttosto che del resto d’Italia. La logica dice che la regione e la provenienza non avessero poi tanto interesse come testimonia un episodio di cui c’è traccia nell’ordinanza: un progetto di sequestro di persona che vedeva coinvolto un pregiudicato gelese, ai danni dei familiari di una facoltosa famiglia nissena, che opera in Italia e all’estero nel settore della creazione dei software per giochi elettronici oltre che nella costruzione e commercializzazione dei videogiochi . La mia deduzione (ripeto, è solo una deduzione) è che i sequestri tornano ad essere uno strumento per finanziare le cosche, soprattutto quelle colpite dalle misure patrimoniali (sequestri e confische di beni). Ma tornano ad essere anche uno strumento per sostenere i familiari detenuti. Credo meno all’ipotesi che – nel momento in cui la magistratura sta colpendo l’ala militare di Cosa nostra – tornino ad essere uno strumento per terrorizzare e riaffermare la propria potenza e il controllo sul territorio. A differenza del passato, però, i sequestri, come testimonia anche la telefonata intercettata e riportata nel’ordinanza, non puntano sulla grande somma ma su somme minori che consentono un facile incasso e, contemporaneamente, allontanano la possibilità di una denuncia alle Forze dell’Ordine.

 



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