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Le fave dei morti di Pellegrino Artusi

Di Angelamaria (del 27/10/2005 @ 15:10:57, in Cucina, linkato 2049 volte)


fave 

Anche la cucina si anima durante le feste di autunno, riporto qui di seguito un pezzo tratto dalla "Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene" di Pellegrino Artusi, il classico della cucina italiana, sia per le ricette che per le notizie e gli aneddoti, sin dal 1896.

Fave alla romana o dei morti.

Queste pastine sogliono farsi per la commemorazione dei morti e tengono luogo della fava baggiana, ossia d’orto, che si usa in questa occasione cotta nell’acqua coll’osso di prosciutto. Tale usanza deve avere la sua radice nell’antichità più remota poiché la fava si offriva alle Parche, a Plutone, e a Proserpina ed era celebre per le cerimonie superstiziose nelle quali si usava.
Gli antichi Egizi si astenevano dal mangiarne, non la seminavano, né la toccavano con le mani, e i loro sacerdoti non osavano fissar lo sguardo sopra questo legume stimandola cosa immonda. Le fave, e soprattutto quelle nere, erano considerate come una funebre offerta, poiché credevasi che in esse si rinchiudessero le anime dei morti, e che fossero somiglianti alle porte dell’inferno.
Nelle feste Lemurali si sputavano fave e si percuoteva nel tempo stesso un vaso di rame per cacciar via dalle case le ombre degli antenati, i Lemuri e gli Dei dell’inferno.
Festo pretende che sui fiori di questo legume siavi un segno lugubre e l’uso di offrire le fave ai morti fu una delle ragioni, a quanto si dice, per cui Pitagora ordinò ai suoi discepoli di astenersene; un’altra ragione era per proibir loro di immischiarsi in affari di governo, facendosi con le fave (bianche e nere) lo scrutinio nelle elezioni.

Varie sono le maniere di fare le fave dolci: v’indicherò le seguenti: le due prime ricette sono da famiglia, la terza è più fine.

Prima ricetta
Farina , grammi 200
Zucchero, grammi 100
Mandorle dolci, grammi 100
Burro, grammi 30
Uova, n. 1
Odore di scorza di limone oppure di cannella, o d’acqua di fior d’arancio

Seconda ricetta
Mandorle dolci, grammi 200
Farina, grammi 100
Zucchero, grammi 100
Burro, grammi 30
Uova, n. 1
Odore come sopra

Terza ricetta
Mandorle dolci, grammi 200
Zucchero a velo, grammi 200
Chiare d’uovo, n. 2
Odore di scorza di limone o d’altro.

Per le due prime sbucciate le mandorle e pestatele collo zucchero alla grossezza di mezzo chicco di riso. Mettetele in mezzo alla farina insieme cogli altri ingredienti e formatene una pasta alquanto morbida con quel tanto di rosolio o d’acquavite che occorre. Poi riducetela a piccole pastine, in forma di una grossa fava, che risulteranno in numero di 60 o 70 per ogni ricetta.
Disponetele in una teglia di rame unta prima col lardo o col burro e spolverizzata di farina; doratele coll’uovo. Cuocetele al forno o al forno di campagna, osservando che, essendo piccole, cuociono presto.
Per la terza seccate le mandorle al sole o al fuoco e pestatele fini nel mortaio con le chiare d’uovo versate a poco per volta. Aggiungete per ultimo lo zucchero e poi mescolando con una mano impastatele. Dopo versate la pasta sulla spianatoia sopra a un velo sottilissimo di farina per foggiarla a guisa di un bastone rotondo, che dividerete in 40 parti o più per dare loro la forma di fave che cuocerete come le antecedenti.


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